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A 20 anni dalla sua ordinazione episcopale e 15 come pastore e guida
della Diocesi di Sora, Aquino e
Pontecorvo
“Il Centro Pastorale “San Luca” Villa Angelina: crocevia di speranza per il
territorio”
Intervista a padre Luca Brandolini
di Gianni Fabrizio
Padre Luca Brandolini ci accoglie
con grande cordialità presso il Centro Pastorale “San Luca” Villa Angelina, in
Via Conte Canofari a Sora. Ci accompagna personalmente per una prima visita nei nuovi
locali dove ancora fervono gli ultimi preparativi. È un laboratorio in continuo
movimento.Ma ovunque, tanta luce. I lavori volgono praticamente al
termine e il prossimo 6 dicembre sarà tutto pronto. Intorno si respira un’atmosfera
di vera accoglienza, come avvolti da un’aria di festa e di speranza. Padre Luca
Brandolini appare molto soddisfatto. Quasi accarezza con lo sguardo ogni
spazio, ogni angolo. Questo “centro” è una sua creatura: fortemente voluta e
altrettanto fortemente realizzata.
Padre Luca, in occasione del suo
20° anniversario dell’ordinazione episcopale e del 15° anno come vescovo di
Sora, Aquino e Pontecorvo, ha voluto, lei, fare dono a Sora e alla Diocesi del
“Centro Pastorale San Luca”. Come è nato
questo progetto?
“La prima idea mi è nata alla vigilia del grande Giubileo del
2000,quando Giovanni Paolo II sollecitò le Chiese particolari a celebrare il
singolare evento, non solo con le opere classiche del pellegrinaggio e dell’attraversamento
della Porta Santa,ma ponendo anche segni forti di riconciliazione e di ristabilimento della giustizia e della carità. Propose che ciascuna diocesi
desse vita a qualche “struttura” stabile di servizio, che restasse a memoria,
finalizzata a due risposte concrete alle attese,appunto, di carità e di
giustizia sul territorio. Il mio pensiero è corso subito a “Villa Angelina” con
il desiderio di risistemare questo stabile. Ne parlai con i miei collaboratori
e l’idea fu accettata con grande interesse, soprattutto dal Direttore della
Caritas diocesana, mons.Antonio Lecce, che era già alla ricerca di soluzioni in
tal senso. Ci sono voluti molti anni e tanta buona volontà per superare le difficoltà burocratiche ed organizzative.
Con particolare riguardo agli Uffici competenti della Curia. Vari “segni”
provvidenziali mi hanno confermato nella convinzione che il progetto era voluto
e gradito al Signore. Non ultimo quello di una famiglia di Pontecorvo, vissuta
accanto a Don Benzi, che, rientrata nel
nostro territorio, si è messa a disposizione, avvalendosi dell’esperienza
acquisita, per coordinare le attività del Centro e dirigere alcuni servizi
significativi come la “Casa famiglia”. Con delle attenzioni,aprendo la
struttura alla collocazione di alcuni servizi diocesani, abbiamo potuto
usufruire anche dei fondi dell’otto per mille della CEI. A queste risorse si
sono aggiunte altre, messe a disposizione dalla Diocesi e anche personalmente
dal Vescovo e così l’impresa si è potuta realizzare. Ci sono voluti più di
cinque anni! Ora,però, la Diocesi può esserne fiera”.
Quali, allora, le sue finalità?
“Le finalità sono
fondamentalmente espresse nel titolo e sottotitolo dato al “Centro”. Vorrei
partire da quest’ultimo. Esso vuole essere “un crocevia di speranza per il territorio”. Il Convegno di Verona ha ribadito con
forza che la “presenza – azione” della comunità cristiana, in questo nostro
tempo permeato da smarrimento, da
lacerazioni, dall’emergenza di nuove povertà,soprattutto interiori, accanto
alle antiche, da fragilità diverse, legate a condizioni-situazioni di vita,
deve essere caratterizzata da un impegno
finalizzato ad annunciare e comunicare quella speranza che si fonda
sulla risurrezione del Signore. Ci siamo chiesti:”Quali sono gli ambiti, nel
nostro territorio, in cui occorre seminare e organizzare questa speranza?”. Ci
siamo orientati nel vasto ambito della promozione umana, evangelicamente
ispirata…Al ramo ONLUS si collocano come contesto e supporto alcune realtà aggregative che fanno
diretto e indiretto riferimento all’esercizio della carità: Confraternite, San Vincenzo
de’ Paoli, Diaconato, Caritas diocesana e zonale soprattutto, ecc..
Così nel Centro hanno trovato
ubicazione anche alcuni Uffici della Diocesi che lavorano in questo campo.
Questo ci ha consentito di poter usufruire delle risorse dell’otto per
mille…..Anche la denominazione del Centro intitolato a “San Luca” va in questa
direzione. L’evangelista,infatti, ha indirizzato il suo racconto alle categorie
più emarginate e ai poveri di ogni specie del suo tempo. Inoltre Luca ha
scritto gli Atti degli Apostoli che sono il “resoconto” non solo dell’evangelizzazione
di Pietro e Paolo, ma la “fotografia” della piena comunità cristiana che viveva
la comunione e ne dava testimonianza credibile con l’assiduità all’ascolto
della Parola, all’Eucaristia, alla condivisione e alla solidarietà fraterna”.
È, quindi, inserito nel solco del
Suo programma pastorale……
“ Da quanto ho appena detto,
emerge che il Centro si inserisce pienamente nel solco del progetto pastorale
finalizzato da una parte a “costruire la Chiesa”;una chiesa che sia unita nella
comunione, aperta alla corresponsabilità e alla fraternità; e attenta a
comunicare il Vangelo con rinnovato ardore e più forti convinzioni, per aprire
alla speranza gli uomini, soprattutto coloro che ne hanno più bisogno. Su
questi cardini ho fondato il mio ministero episcopale”.
Il “Centro” si apre completamente
o si prevedono altre sezioni?
“Sono stati portati a compimento tre lotti. Se ne aprirà subito un
altro, il IV e ultimo, che prevede alcuni servizi dedicati all’accoglienza dei
bambini e al sostegno da offrire loro in particolari circostanze o situazioni.
Speriamo di portare a termine tutto
entro il 2008”.
La cappella, sempre in stile
gotico, si trova nel posto “centrale” del “Centro Pastorale San Luca”. È un
segnale preciso?
“Al centro della struttura c’è la grande aula che conterrà oltre
150 posti. È e vuole essere un ambiente polivalente. Certamente fungerà da
Cappella, quindi come “cuore” spirituale e quindi come luogo di preghiera
soprattutto comunitaria. Il Centro però ha anche un luogo di preghiera personale,
nel quale abitualmente si conserverà il SS:mo Sacramento per l’adorazione e il
colloquio a tu per tu con il Signore. E questo
per esprimere anche concretamente che l’Eucaristia è la sorgente e
l’alimento del servizio di carità e dell’annuncio del Vangelo; la fonte perenne
della speranza del Risorto che, nell’Eucaristia, è “per noi” e “in noi”. Con
qualche accorgimento l’aula può trasformarsi anche in sala di conferenze, di
incontri, culturali ecc. e per questo sarà attrezzata pure sotto il profilo tecnologico.
Cosa Le sta più a cuore, oggi,
dopo 15 anni di permanenza e di guida pastorale in Diocesi ?
“Cosa mi sta a cuore? Non è facile dire tutto e non è possibile
fare grandi programmi, visto che mi avvio ormai verso il pensionamento.
Desidero però ribadire alcuni obiettivi che mi stanno a cuore e verso i quali
stiamo già camminando. Ribadisco anzitutto l’istanza della “comunione” a tutti
i livelli e anche nelle forme più concrete e…ardue. Grazie a Dio in questi anni
i rapporti tra Vescovo e preti e laici ha fatto grandi passi. Il dialogo è
aperto, c’è disponibilità, collaborazione…E’ cresciuta la formazione e la
partecipazione. Occorre fare un passo avanti, indubbiamente più difficile:
quello di una maggiore “corresponsabilità”. S’impone sempre più l’urgenza di
una riorganizzazione dell’azione pastorale, soprattutto a livello di parrocchie
vicine e omogenee, specialmente se piccole. Ma questo vale anche per i centri
più grandi. Occorre lavorare insieme, ma prima ancora avere voglia e coraggio
di pensare e progettare insieme. Il campanilismo, sia sotto sia sotto il
profilo umano e sentimentale che pastorale, non ha più senso. Occorre aprirsi
ad un lavoro “d’equipe”, organizzando servizi e iniziative a livello
interparrocchiale….I Comuni ci danno un esempio. Anche i fedeli ,i laici vanno
valorizzati maggiormente,facendoli passare da “esecutori” a collaboratori, anzi
a “corresponsabili”. Il secondo obiettivo resta quello di un impegno che non
esito a dire “missionario”. La nostra pastorale è ancora troppo “introversa”,
chiusa nel “recinto del sacro”, assorbita dal culto e dalle devozioni. In una
parola concentrata sulla “conservazione”. Bisogna “uscire” dal tempio, farsi,
come diceva don Benzi, “uomini e donne della strada”. Questo significa aprire
gli occhi sul territorio, farsi attenti non solo al “grido” ma anche alle “voci
sommesse” di chi non ha voce, dei poveri, degli emarginati, delle persone
fragili e sole… Ci vuole più disponibilità, che io riassumo in tre “a”
e cioè: accoglienza, ascolto, accompagnamento. Paolo VI diceva che
“quando una comunità ecclesiale prende coscienza di sé, allora diventa
missionaria…”.
Vorrei aggiungere, da ultimo, due
annotazioni. La prima è che per giungere a questi obiettivi è necessaria una
“solida formazione” e dunque un impegno culturale più serio. Vangelo e cultura
non possono e non devono essere separati….La seconda riguarda i “soggetti” o
destinatari privilegiati a cui rivolgere oggi l’attenzione pastorale. Sono
fondamentalmente due: le “nuove generazioni” e la “famiglia”,
che sono le più esposte ai contraccolpi dei grandi mutamenti avvenuti negli
ultimi decenni, come è facile constatare anche nel nostro territorio. Su questi
fronti è particolarmente urgente e indispensabile un “patto” con le agenzie
educative e le Istituzioni e, comunque, con tutte le realtà associative che
hanno a cuore il futuro dell’uomo e della società”.
Le espressioni di padre Luca
Brandolini, una trama chiara e sicura, sono, sì, un inno alla speranza. La speranza: tema di vivissima attualità.
Nella scia della nuova “Enciclica”
di Benedetto XVI, “Spe Salvi”.
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