Celebrazione per l’inizio del ministero episcopale
Sora – 20 settembre 2009
Innanzitutto desidero rivolgere il mio cordiale saluto ed esprimere la mia profonda gratitudine per la loro presenza agli Eminentissimi Signori Cardinali, agli Eccellentissimi confratelli nell’episcopato, alle Illustri e distinte Autorità civili e militari e ai Rappresentanti delle varie Istituzioni, amministrative e culturali operanti su questo territorio, saluto, poi, con grande affetto voi carissimi sacerdoti, religiosi e consacrati di Sora e provenienti da Napoli, e tutti voi fratelli e sorelle qui convenuti per questa celebrazione eucaristica, che segna l’inizio del mio ministero episcopale in questa antica e gloriosa diocesi. La Parola di Dio proclamata ci suggerisce alcune riflessioni che ci aiutano a vivere con maggiore intensità spirituale questa santa messa.
“La sapienza che viene dall’alto è pura, pacifica, mite, arrendevole piena di misericordia e di buoni frutti”, abbiamo ascoltato dall’apostolo Giacomo. La sapienza, secondo la Bibbia, è il pensiero-volere di Dio. Cosa nascosta, inaccessibile quant’altro mai: O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imprescrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? esclama Paolo (Rom 11, 33ss). Non è quindi erudizione, non è neppure la semplice scienza, cioè una conoscenza razionale ottenuta mediante ricerca approfondita e metodica. La sapienza è un sapere speciale, che comporta una certa esperienza e dilezione, un «assaporare» ciò che si conosce, ci insegnano i santi dottori mistici; essa non ha tanto per oggetto le cose temporali, come la scienza, quanto invece Dio stesso e le cose che riguardano il destino eterno dell’uomo. È un sapere gustativo, ma è anche un sapere operativo, cioè orientato all’agire; esige infatti di tradursi in scelte concrete di vita. “I buoni frutti” di cui parla l’apostolo. E primo fra tutti richiamerei quello della coerenza tra parola e agire, nei termini in cui è tratteggiata dall’autore del libro della Sapienza, “mettiamolo alla prova per vedere se le sue parole sono vere, per conoscere la mitezza del suo carattere”.
Così considerata se ne deduce che la sapienza è un dono, un dono che “viene dall’alto”, perché è presso Dio. Un dono invocato con preghiere e suppliche da tanti giusti e profeti dell’Antico Testamento. In questa circostanza mi piace ricordare, tra le altre, l’invocazione di Salomone, che sento particolarmente in sintonia con il momento che io e tutta la comunità stiamo vivendo. Il figlio di Davide, per portare a compimento la missione affidatagli, così si rivolge all’Onnipotente: «Dio dei padri e Signore di misericordia… dammi la sapienza…perché io sono tuo servo uomo debole incapace di comprendere la giustizia e le leggi…Tu mi hai prescelto come guida del tuo popolo e giudice dei tuoi figli e delle tue figlie…Inviala dai cieli santi…perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica e io sappia ciò che ti è gradito essa mi guiderà prudentemente nelle mie azioni e mi proteggerà… così le mie opere ti saranno gradite e io giudicherò con equità il tuo popolo» (cf. Sap 9, 1-12).
Nella pienezza dei tempi, poi, la Sapienza ha squarciato i cieli ed è discesa tra i figli dell’uomo, si è fatta carne e ha abitato tra noi (cf. Gv 1, 14). Sì, Gesù è l’immagine del Dio invisibile (cf Col 1,15), come dire: è il pensiero inaccessibile del Padre fedelmente espresso come nella propria immagine; meglio, come nel proprio Figlio. Insomma, Gesù è la Sapienza di Dio (cf. 1 Cor 1, 22).
E, parlando il linguaggio che usava la sapienza nell’ A.T. (cf Sir 51, 23-30), Gesù dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11, 28 ss.). Egli si rivolge a tutti. Il quadro così è fissato e la via è tracciata: d’ora in poi, la sapienza si trova presso Gesù, per ottenerla bisogna andare da Gesù e seguire lui. Mettersi alla sua sequela. La sequela, però, esige delle condizioni. Tra queste, fondamentale vi è quella ascoltata poc’anzi dall’evangelista Marco: se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti.
Fratelli e sorelle, il vangelo non è stato scritto per essere ricordato, ma per essere vissuto; questo significa che noi dobbiamo rivivere adesso quell’episodio evangelico, come se parlasse di noi e per noi. Non siamo forse anche noi di quelli che per strada, cioè nella vita, discutono e si danno da fare per essere i più grandi? Ebbene, adesso «entrati in casa» con Gesù, egli si siede di nuovo e ci riunisce intorno a sé per istruirci, come fece quel giorno. Non fa lunghi discorsi, dice due sole frasi: «se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti»; «se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli». Gli uomini vogliono essere i primi: è un desiderio innato, primordiale; non è neppure un desiderio cattivo; in fondo, esso coincide con il desiderio di «essere», di valorizzare la propria esistenza, di salire più in alto. Questo in ogni campo. Non c’è forse nessuno di noi, se sappiamo esaminarci bene, che per vivere non senta il bisogno di essere il primo in qualche cosa. Da che mondo è mondo, questa è stata la molla che ha spinto avanti gli uomini e lo stesso progresso raggiunto dall’umanità è figlio di essa. Non è dunque una cosa cattiva; è solo ambigua. Un lettore disattento penserà che il Vangelo condanni tutto questo, che lo slancio che l’uomo mette per andare avanti, esso lo muti in slancio per andare indietro mantenendo l’uomo in una deplorevole inerzia e passività. Ma non è così: Se uno vuol essere il primo…. Dunque è lecito volerlo essere; ciò che Gesù cambia radicalmente è il motivo di questo desiderio e quindi anche il modo di realizzarlo: sia il servo di tutti. Con queste parole Gesù dava un colpo mortale all’idea che gli uomini si son sempre fatta dell’autorità, del potere e del governo. La vera autorità non sta nel primeggiare, nello spadroneggiare sugli altri, nell’affermare sè stessi e ridurre gli altri in sottomessi, in clienti o in adulatori; sta nell’«essere primi per gli altri», nel mettere ciò che si è e ciò che si ha di buono a beneficio di tutti. Questo crea la nuova grandezza evangelica che è vera grandezza, perché, se è vero che «i primi saranno gli ultimi», è vero anche che gli ultimi (quelli di cui ci ha parlato il vangelo) saranno i primi (Mt 20, 16).
Questa parola sull’autorità viene consegnata al vescovo nel giorno dell’ordinazione e oggi io la sento riecheggiare con maggiore forza e incisività nel mio animo: “Episcopato è il nome di un servizio, non di un onore, poiché al vescovo compete più il servire che il dominare, secondo il comandamento del Maestro: «Chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve». La sento riecheggiare nel giorno in cui assumo l’ufficio di edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa di Sora-Aquino-Pontecorvo. Edificare. E la mente va subito alle immagini evangeliche del campo da arare, seminare e coltivare, dell’ovile da vigilare, della casa i cui accessi devono essere custoditi dall’amministratore nell’attesa della venuta del Padrone. Edificare. Come? Facendo cosa? Riflettendo e meditando trovo nelle parole autorevoli e direi profetiche del servo di Dio Giovanni Paolo II una risposta ai miei interrogativi: “Non mi seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace” (NMI 29). Ovviamente sono ben consapevole che per l’efficacia di questo programma due condizioni risultano essere imprescindibili. La prima che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità, di ogni categoria di persone, di ciascuna persona. La seconda che la carità delle parole trovi inequivocabile forza nella carità delle opere. Cioè facendo in modo che i poveri –non solo quelli di pane, ma anche quelli di grazia, di verità, di dignità- si sentano e nella grande comunità cristiana e in ogni più piccola comunità cristiana, come a casa loro. Infatti, senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza dell’accoglienza e della condivisione cristiane, l’annuncio del vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone (cf NMI 50).
Fratelli e sorelle, ecco io vengo per questo, per annunciare Cristo, farlo conoscere, amare, imitare. Sono stato mandato dalla fiducia e dalla benevolenza del Successore di Pietro, “dolce Cristo in terra”, per questo: essere apostolo, essere testimone. Esserlo in continuità con i Pastori che mi hanno preceduto, succedendo al venerato confratello mons. Brandolini, P. Luca, che con prudenza e lungimiranza ha guidato questa diocesi per 16 anni, docile all’azione della sapienza che viene dall’alto e con una generosità degna di un figlio di san Vincenzo de’ Paoli, quale è.
Eccellenza carissima, attraverso la mia persona è tutta la diocesi che Le rinnova il suo grazie per quanto ha operato e soprattutto per quello che è stato ed insieme Le rinnova la richiesta di continuare ad esserci vicini con la preghiera e l’amicizia.
A me quindi è richiesto di sentir risuonare ogni giorno nel mio animo la parola dell’Apostolo “guai a me se non proclamassi il Vangelo” (1 Cor 9, 16) con amore, fermezza e senza risparmio di energie. In ogni città e paese del vasto territorio in cui vive ed opera la nostra Chiesa è mio ministero annunciare che Egli, il Cristo, Sapienza incarnata, è il vero Maestro dell’umanità; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è colui che ci conosce e che ci ama e pertanto l’unico capace di svelare l’uomo all’uomo; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è la luce e la verità, anzi Egli è la «via, la verità e la vita»; Egli è il pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello; annunciare che Egli ci è necessario, per essere uomini degni e veri nell’ordine temporale ed essere salvati ed elevati all’ordine soprannaturale.
Ma, come ci insegna il Concilio, sono altresì consapevole che annunciare Cristo non è compito esclusivo del Vescovo, bensì di tutta la chiesa che noi insieme formiamo e insieme siamo. Dall’annuncio del Cristo la Chiesa è convocata e per l’annuncio essa esiste. Se la Chiesa è per annunziare Cristo, compito del Vescovo è far sì che, nella Chiesa, tutti annunzino il suo santissimo nome, ciascuno con i propri talenti, con il proprio linguaggio, nel proprio luogo. In ogni luogo dove l’uomo vive, agisce, pensa, gioisce, soffre, opera per il bene comune, il cristiano è chiamato con umiltà e coraggio ad annunziare il vangelo.
Tutti dicevo. Tutti i battezzati. Ma permettetemi questa sera, di rivolgermi a tre soggetti in particolare. Tre soggetti il cui impegno ritengo, tra l’altro, indispensabile per affrontare con successo la sfida educativa, che il Papa individua come urgenza dei nostri tempi.
Innanzitutto mi rivolgo a voi, cari sacerdoti che del Vescovo siete collaboratori, fratelli, amici. Il vincolo di obbedienza cui vi siete legati ha come immediata conseguenza il sentirvi uniti al Vescovo come le corde alla lira e uniti tra voi affettivamente ed effettivamente in modo tale da creare un solo corpo, l’ordo sacerdotalis a servizio di questa porzione di popolo di Dio. Mi piace richiamare alla mia e vostra attenzione in questo momento le parole di S. Ignazio di Antiochia: «È per questo che dovete essere tutt’uno col pensiero del vescovo, come già lo siete. Infatti il vostro collegio presbiterale, degno del suo nome, degno di Dio, è unito al vescovo come le corde alla cetra, e dalla vostra unità, dal vostro amore concorde si innalza un canto a Gesù Cristo» (Lettera agli Efesini, 3-6). La comunione che non è un certo vago sentimento, ma si nutre e cresce vivendola nella concretezza di gesti e opere. E l’anno sacerdotale che stiamo celebrando, se mai ve ne fosse bisogno, richiama alla mente e al cuore del vescovo che tra le sue prime attenzioni vi è e deve esservi quella per i sacerdoti, le loro persone, la loro formazione, la loro serenità, condizione indispensabile per affrontare le inevitabili difficoltà, delusioni, incomprensioni, stanchezza che il ministero disinteressatamente e generosamente svolto produce. Nulla di più di quanto del resto è richiesto ad un padre, ad un fratello, ad un amico.
Come vorrei che, per me e per voi, ciascuno di voi, in quest’anno in cui ricordiamo il 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney e in tutti quelli ci verranno dati dalla Provvidenza di Dio, ogni giornata di lavoro nella vigna fosse dominata da questo pensiero: “ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Dio lo aveva chiamato, è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu innamorato di Cristo” (cf Benedetto XVI, Udienza del mercoledì 5 agosto 2009).
In secondo luogo mi rivolgo alle famiglie di questa laboriosa terra. Radicata dal sacramento del matrimonio nel mistero della vita trinitaria, la famiglia cristiana ha una profonda dimensione ecclesiale: essa è «piccola Chiesa» nel senso che riflette in piccolo ciò che la Chiesa, «famiglia di Dio», è chiamata ad essere.
Come la Chiesa e in essa e per essa, la famiglia cristiana deve ascoltare e accogliere il dono di Dio, deve essere comunità sempre nuovamente evangelizzata e santificata dalla Parola e dal Sacramento nel cuore della Chiesa Madre. Come la Chiesa e in essa e per essa, la famiglia cristiana deve farsi dono, diventando protagonista attiva della vita e della missione della Chiesa, dando gratuitamente quanto gratuitamente le è stato donato.
La comunione familiare, allora, non solo è riflesso umile di quella divina, ma è anche segno e strumento di crescita della comunione ecclesiale: quanto più la famiglia vivrà la sua identità sacramentale, tanto più contribuirà attivamente a fare della Chiesa la «icona della Santa Trinità», comunione in cui l'unità sarà arricchita dalla diversità e sarà capace di promuoverla e di nutrirla.
Concependo così la famiglia come «Chiesa domestica», si comprende l'urgenza pastorale che vede nella comunità familiare non solo un oggetto, ma un primario soggetto dell'azione pastorale della Chiesa nei confronti di tutte le famiglie. In questa linea è impegnata e sempre più lo sarà la nostra chiesa diocesana: investire le proprie energie per favorire il bene-essere umano e spirituale delle famiglie, consapevole che così operando non solo realizza la missione che le è propria, ma promuove il suo stesso progresso.
In terzo luogo mi rivolgo a voi giovani, e se me lo consentite lo faccio con ancora maggiore affetto. Cari giovani lo Spirito chiama la chiesa, chiama i cristiani a contribuire all’edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta. Un mondo in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Un mondo nel quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dall’egoismo che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani. Cari giovani amici, il Signore vi chiede di essere profeti di questa nuova stagione della storia dell’umanità, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre soprattutto i vostri coetanei, che sono lontani, verso il Padre e di diventare costruttori di un futuro di speranza per tutta l’umanità. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento! Anche la Chiesa ha bisogno di questo rinnovamento! Ha bisogno della vostra fede, del vostro idealismo e della vostra generosità, così da poter essere sempre giovane nello Spirito. L’apostolo Paolo ci ricorda che ogni singolo cristiano ha ricevuto un dono che deve essere usato per edificare il Corpo di Cristo. La Chiesa ha specialmente bisogno del dono dei giovani, di tutti i giovani. Aprite il vostro cuore all’invito di Cristo. Ed aggiungo: non abbiate paura -qualora doveste sentire la chiamata alla vita sacerdotale e consacrata- di dire il vostro sì a Gesù, di trovare la vostra gioia nel fare la sua volontà, donandovi completamente per arrivare alla santità e facendo uso dei vostri talenti a servizio degli altri!
Carissimi, il Vescovo conta su di voi e, d’altra parte come potrebbe essere diversamente. Siete voi il futuro di questa chiesa e di questa terra. Questa sera siete qui numerosi e in festa. Se volete, lo possiamo considerare l’inizio di un lavoro insieme nel nome di Cristo. Lavorando insieme nel nome di Cristo, ne sono certo, possiamo rendere realtà ciò che ad altri sembra utopia. Sappiate che il Vescovo ed ogni sacerdote non solo è con voi ma è per voi.
Fratelli e sorelle, cala la sera su questa nostra giornata ricca di gioie, emozioni, propositi. Da domani riprende per ciascuno l’ordinario lavoro, mi auguro con rinnovato entusiasmo. Tutto desidero, ora, porre nelle mani e soprattutto nel cuore della Santa Vergine.
Veglia, o Maria, su questi tuoi figli e figlie che non si stancano di venerarti, sulle nostre parrocchie e sulle nostre case, sul nostro lavoro e sulle nostre fatiche, sui nostri malati e sui nostri anziani, sui nostri bambini e sui nostri giovani, sulle suore, sui religiosi e sui sacerdoti, sui diaconi, su questo Vescovo; veglia anche su chi si è dato alla colpa e alla corruzione e aiutalo a guarire e a risorgere; veglia sulle nostre menti e sui nostri cuori perché non svanisca mai la passione per la verità del Vangelo e il rispetto dei suoi valori morali; veglia su questa diocesi, sulla Chiesa cattolica, casta e splendida sposa di Cristo, tu che di lei sei l'immagine perfetta. Tu sei sempre con noi, noi vogliamo sempre essere con te. Sub tuum praesidium accoglici. Così sia.
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