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Chissà quante riflessioni e quante emozioni avrebbe potuto raccontare, a distanza di tanto tempo, la grande e vecchia quercia, posta proprio ai piedi del santuario della Madonna di Valleradice, che con la sua fresca ombra, dava riparo e sollievo al giovane Cesare Baronio, nel corso delle sue frequenti passeggiate sorane. Ora non c’è più, ma resiste il ricordo della sua possente e rigogliosa forza. E chissà quanti altri fatti, pensieri ed argomenti di grande interesse il giornalista Marco Roncalli potrà illustrare, qui a Sora, venerdì prossimo, sul legame spirituale che ha unito papa Giovanni XXIII alla figura del “Padre della Storia Ecclesiastica”. Sarà un altro degli interessanti appuntamenti previsti nell’ambito degli incontri per il IV centenario della morte del cardinale Cesare Baronio, organizzati dal Centro di Studi Sorani “V.Patriarca” e dalla Biblioteca Diocesana.
"Angelo Giuseppe Roncalli, una vita nella storia”, è l’argomento della relazione di Marco Roncalli, che all’illustre “prozio”, ha dedicato una larghissima parte dei suoi libri, di articoli e documentari RAI.
Papa Giovanni aveva una profonda conoscenza ed un grande amore della persona e dell’opera di Cesare Baronio. Fu felicissimo di ricevere in dono dall’allora nostro vescovo mons. Biagio Musto, in occasione dell’udienza pontificia del 16 novembre 1960 concessa all’Azione Cattolica della diocesi di Sora, un busto in legno del card. Cesare Baronio , opera dello scultore Marcello Lucarelli. Mi si può permettere un ricordo personale? Io c’ero. Avevo appena undici anni. Lo ricordo, quel giorno; ricordo quei momenti, tutti ancora vivi ed indelebili, come presenti. Ero “aspirante” della GIAC, e con tantissimi iscritti all’Azione Cattolica, un migliaio, ero andato a Roma, la mia prima volta a Roma, in udienza dal papa. Sapevo che l’Azione Cattolica di Sora doveva regalarGli il busto in legno raffigurante “un importante personaggio di Sora”. A Roma c’era ancora l’aria frizzante e pulita che hanno fatto grandi ed uniche le XVII Olimpiadi di Livio Berruti; era il tempo della nuova frontiera di Kennedy; si cominciava a parlare di un pastore di colore, Martin Luter King; dall’India Ghandi esprimeva la non violenza. E in Vaticano, Lui, papa Giovanni. Questo il clima che si respirava: di speranza, di dialogo, di valori e affetti condivisi, di ricerca assoluta di pace e di cammino comune. No, le preoccupazioni non mancavano di certo. Era il periodo dell’entusiasmo che superava le debolezze e le incertezze e che stava aprendo inaspettati confini. Quando apparve Giovanni XXIII furono mille le emozioni provate e non poteva essere diversamente: era già per tutti noi il “papa buono”, ma ancora non sapevo che sarebbe stato il papa del Concilio, del discorso “della Luna”, del gesto delicato della “carezza”, il papa delle encicliche che ci avrebbero poi spalancato e condizionato il cuore, il papa che “obbediva” alla parola “pax”, il papa, appunto “Angelo Giuseppe Roncalli, una vita, la sua, entrata naturalmente nella storia”.
Ecco cosa scrisse , dopo quell’udienza, “L’Osservatore Romano”: “Grandioso è stato il pellegrinaggio dei fedeli di Sora, Aquino e Pontecorvo. Sora occupa nel cuore del Santo Padre un posto speciale di ottimi ricordi e motivi di studio. Già allorché Egli seguiva i corsi superiori, nel Seminario Lateranense in Roma, aveva tra i discepoli un cordialissimo amico, Don Giuseppe Piccirilli di Sora. Ma soprattutto un altro celebre Sorano brilla nella storia dell’insigne città: il Cardinale Cesare Baronio, illustrazione nobilissima della sua terra, gloria fulgida della Chiesa Cattolica. Già altra volta il Santo Padre aveva avuto modo di riferirsi a un punto speciale nella vita del grande cardinale. Giovanni XXIII amava narrarlo ancora per l’esultanza dei suoi ascoltatori di quel momento. Al termine della giornata di intenso studio e lavoro il Baronio soleva recarsi, verso il tramonto, alla Basilica Vaticana. In piazza S. Pietro non v’era ancora il colonnato berniniano, ma l’obelisco, al centro, era stato sistemato proprio in quegli anni. Intorno all’obelisco solevano giocare gruppi di fanciulli. Quando scorgevano l’imponente sacerdote, correvano a disporsi in doppia fila dinanzi all’ingresso del tempio, poiché sapevano che egli avrebbe dato a ciascuno una moneta: un atto di carità discreto e sereno, diretto a lenire, forse, dolorose necessità. Quindi il Baronio entrava in chiesa e dopo la visita al Santissimo Sacramento e la preghiera presso l’altare della Madonna , si portava alla Confessione del Principe degli Apostoli, ed ivi in piedi recitava il credo. Infine entrava alla parte centrale del tempio dove a sinistra, nel portico, era allora la statua enea di S.Pietro che adesso si venera nella navata centrale non lungi dall’altare papale. Dinanzi all’apostolo il Baronio sostava, riverente; quindi baciando con devozione il piede del primo papa, soleva ripetere, come una giaculatoria ed una ispirata preghiera, due parole semplici e sublimi: Pax et Oboedientia”. “ Il Santo Padre, riferisce ancora l’Osservatore Romano, che ha compiuto uno dei suoi primi studi storici precisamente sul Baronio, è rimasto così conquistato da quel binomio di perfezione, di virtù, di gaudio interiore che, quando fu promosso all’Episcopato, lo prescelse quale motto del suo stemma; perciò queste splendide gemme: Oboedientia et Pax, sempre l’hanno accompagnato nei suoi servizi assegnatiGli dal Divin Maestro”. Anche questo un “piccolo, significativo ed involontario miracolo” del cardinale Cesare Baronio, sorano, “santo senza candele”.
L’incontro di venerdì prossimo, 22 giugno con inizio alle ore 18,30, verrà introdotto dal preside Luigi Gulia, presidente del Centro di Studi Sorani “Vincenzo Patriarca” e saranno conclusi da padre Luca Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo.
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